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58. Biennale d’arte di Venezia

I’m the Island

Una barca di luce approda alla Biennale Venezia

Palazzo Zenobio

10 maggio > 23 novembre 2019

In Bangladesh l’acqua è malata. Pur possedendo 54 fiumi, con corsi condivisi con l’India, le falde sono contaminate da arsenico, o spesso devono fare i conti con la siccità. In Bangladesh si muore di sete. Thirst. Il rapporto con l’acqua è vitale e malefico nello stesso tempo, si tenta di trasformare il terreno, renderlo vivo, ma il lavoro è lungo e costoso. Anche per questo motivo il Bangladesh – tra i Paesi più popolati al mondo, 163 milioni di abitanti – ha scelto come tema del proprio padiglione per la 58a. Biennale di Venezia, appunto Thirst, la sete. I due curatori, Mokhlesur Rahman e Viviana Vannucci, hanno affiancato agli artisti bengalesi di ultima generazione – che interpreatano le grandi discrasie di un Paese complicato ma affascinante -, anche un siciliano, Domenico Pellegrino, che con l’acqua ha stretto da tempo un rapporto privilegiato: dinanzi al settecentesco Palazzo Zenobio, sede del Collegio Armeno Moorat-Raphael, dei padri Mechitaristi, approderà infatti I’m The Island, installazione_barca che sa di viaggio, percorso, ricerca di conoscenza, voglia di vita.

Una barca che affiora sull’acqua, è un tappeto luminoso che sembra rimandare ad altro, ad un racconto sinuoso che supera tempo e spazio. E unisce idealmente due territori lontanissimi: il Bangladesh da cui è tratta la forma, e la Sicilia che veglia sul contenuto. Pellegrino ha infatti lavorato sul modello delle imbarcazioni tipiche bengalesi, barche in legno scuro che scivolano sul fango di un Paese che si vede inghiottire dall’acqua; e ha raccolto e annodato un filo che lo conduce in Sicilia, all’antica famiglia Rodolico, ai maestri d’ascia citati già ne “I Malavoglia” di Verga.

 

“Il tema della “Sete” va oltre il semplice aspetto fisico di espandersi in molti territori-intellettuale, artistico – spiega Domenico Pellegrino -. Il mio contributo creativo, in termini simbolici e metaforici, affronta le proprietà salvifiche e terapeutiche dell’acqua, che è in grado di sradicare le impurità da qualsiasi organismo. Purificare e sublimare il mondo fenomenico da qualsiasi connotazione negativa e trasformarlo in qualcos’altro, in un’opera d’arte, appunto. La sete di acqua pura che le persone sentono non è solo un requisito fisico, ma diventa espressione di desiderio di vita e conoscenza”. La barca al suo interno traghetta la cultura di un popolo vivo (simboleggiato dalla luce) e protetto dalla stessa barca, come due mani trattengono la cosa più importante al mondo. Le luminarie ridisegnano alcuni decori del Bangladesh, elementi presi a prestito dalla natura, riscritti e ridisegnati attraverso la cultura siciliana.

L’installazione – completata da una scritta al neon “I’m The Island” – sarà esposta temporaneamente nel canale antistante a Palazzo Zenobio, per poi essere spostata all’interno della residenza settecentesca. E sempre alla Biennale giunge anche un’altra opera di Domenico Pellegrino: sarà allestita nei saloni di Palazzo Zenobio la sua “Cosmogonia Mediterranea”, l’isola di luminarie che è rimasta sul fondo del mare dinanzi a Lampedusa, ma che prima ha viaggiato per il Mediterraneo, toccando musei e luoghi d’arte, portando con sé un messaggio di tolleranza e respiro. Pellegrino ha voluto capovolgere la sua visione e ha osservato la terra sottosopra, dal profondo del mare, dallo stesso luogo in cui si consumano (e spesso, si concludono) tragedie immani. Tante piccole stelle luminose scivolate nell’acqua e lì sono rimaste, a formare una costellazione che ha i contorni colorati dell’isola. “Cosmogonia Mediterranea” è dedicata a Sebastiano Tusa l’archeologo, scomparso poche settimane fa nel disastro aereo in Etiopia, che sostenne sin dall’inizio il progetto dell’artista.

“Se ogni stella per chi la guarda è la custode di un desiderio, l’installazione di Domenico Pellegrino racchiude nella sua costellazione-Sicilia i sogni di chi guardando in alto si rivolge al cielo e quelli di chi non osa alzare gli occhi e si confida solo con il mare” scrive lo storico dell’arte Alba Romano Pace. L’ opera è stata pensata per Lampedusa perché lì l’artista ha fatto un viaggio al contrario, percorrendo la rotta dei viaggiatori, ma anche degli immigrati. “Ho pensato ad una luce da raggiungere, che non ha una forma precisa. È una via di salvezza, che sbuca invadente nel buio totale della navigazione. Ho immaginato che chi non è riuscito a raggiungere questa luce, se la sia comunque portata dietro come ultima immagine prima di chiudere gli occhi“, spiega Pellegrino. Il viaggio è iniziato a Lampedusa nel luglio 2016: nei fondali di Cala Francese è stata adagiata l’opera che, prima di raggiungere l’isola, aveva toccato, grazie alla Soprintendenza del Mare (guidata da Sebastiano Tusa prima che diventasse assessore regionale ai Beni Culturali), la Fondazione Orestiadi Gibellina, LOC spazio contemporaneo a Capo d’Orlando, Palazzo Branciforte – Fondazione Sicilia, l’aeroporto e il museo d’arte contemporanea Riso a Palermo, il Comune di Leonforte. L’installazione originale proposta alla Biennale di Venezia, racconta il viaggio dell’opera: la scultura è stata ripescata dall’acqua e, dopo un’inevitabile manutenzione che ha cercato di salvaguardarne la memoria “sommersa”, è stata portata a Venezia. Al visitatore viene proposto un viaggio immersivo e sensoriale, attraverso un video racconto che ne raccoglie testimonianze e immagini.